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Etnos

Eliana Cannavò

2021-07-13 10:12

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Voci di Etnos,

Eliana Cannavò

Il vento tiepido muoveva la chioma appena accennata degli alberi che serpeggiavano via Rosso San Secondo; Eliana si strinse nella giacca e accese il m

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Il vento tiepido muoveva la chioma appena accennata degli alberi che serpeggiavano via Rosso San Secondo; Eliana si strinse nella giacca e accese il motore inserendo la marcia, mentre una sensazione di quiete le faceva compagnia.

Caltanissetta si stava stiracchiando, pronta per un nuovo giorno di inizio aprile e il picchiettio dei pochi passi sull’asfalto si aggiungeva allo sfilare lento delle auto; il cinguettio degli uccellini si mischiava all’odore di terra bagnata, impronta di una pioggia cessata da poco.

Eliana tamburellava le dita sul volante, intanto che la strada proseguiva dritta. In testa, i pensieri si accatastavano veloci; accese la radio: “Nuovi positivi in Sicilia, ma nessuna vittima”.

Scosse il capo, domandandosi se quel maledetto virus, prima o poi, sarebbe andato via e se il mondo fosse tornato alla normalità, se mai ci fosse stata ancora un’idea di normalità.

Nessuno mai avrebbe creduto di ritrovarsi a vivere un evento così traumatico e improvviso come l’arrivo del COVID-19, e che l’umanità sarebbe stata messa in ginocchio da un virus di tipo influenzale, in apparenza innocuo, ma che in realtà era stato capace di seminare morte e dolore e isolamento.

Mise la freccia per girare a destra, ma dovette fermarsi di colpo in prossimità delle strisce pedonali: una figura alta e massiccia prese ad attraversare la strada, senza guardare e con disinvoltura nella camminata.

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Percepì le labbra stirarsi in una linea sottile e la fronte incresparsi, avvertendo una sensazione di familiarità verso quell’uomo che stava avanzando e dal quale non riusciva a staccare lo sguardo, perché qualcosa in lui, nel colore ambrato della pelle, nella forma dei capelli e nei tratti del volto, seppur nascosti dalla mascherina, le causava un interrogativo: è lui?«Rashad!» Eliana si sporse dal finestrino.
L’uomo si voltò muovendo le braccia come per chiedere se quel richiamo fosse stato rivolto a lui.

«Rashad sei tu?» urlò di nuovo lei. «Sono io, Eliana.»

«No, io sono Nadir.» Nel suono della voce, la cadenza del suo paese d’origine.

Eliana mostrò il palmo alzato in segno di scuse e ripartì.

“Sarò sembrata una pazza” pensò.

Non era la prima volta che scambiava uno sconosciuto per uno dei suoi ragazzi.

“I miei ragazzi” ripetè in testa. “I miei ragazzi”.

 Le era capitato mentre era in fila al supermercato, mentre prendeva i figli da scuola o in altre occasioni, e tutte le volte si era sbagliata; ma non le importava, perché aveva il bisogno impellente di capire, di sapere se la persona che aveva fermato fosse uno dei suoi ragazzi. Alcuni non le rispondevano, altri cercavano un contatto amichevole. Eliana non ci faceva caso, le interessava solo avere la certezza. Loro le appartenevano; nel momento in cui arrivavano nella struttura e anche dopo, quando si erano fatti uomini, e quante volte si era chiesta dove fossero, o cosa stessero facendo o chi fossero diventati quando uscivano da Oltremare, in cui aveva creato, insieme ai suoi ragazzi, un senso naturale d’appartenenza difficile da scardinare. Sì, perché quando quei bambini, anzi, quei mezzi uomini varcavano la porta del centro accoglienza diventavano suoi figli, in modo inevitabile e spontaneo.

Quando giunse nel piazzale della struttura, prima di uscire dalla macchina si trattenne qualche secondo, abbandonata contro il sedile; chiuse gli occhi e distese la bocca in un sorriso assaporando quel momento di quiete con se stessa, interrotto a tratti solo da gocce rumorose di pioggia che s’apprestavano a precipitare, infrangendosi contro la carrozzeria, gli edifici, gli alberi e l’asfalto.

«Forza. Pronta per un nuovo giorno?» disse, battendo le mani in segno di auto incoraggiamento.

Spense il motore e aprì lo sportello, mentre i nuvoloni continuavano a strizzare acqua. Si portò la borsa a coprire il capo e corse verso la rampa di scale esterna che portava all’entrata del centro accoglienza. Eliana infilò la chiave, rabbrividendo per la bassa temperatura, e prima di varcare la porta sfregò le suole sul tappeto. Oltrepassò il disimpegno in fretta e quando si immise, rapida, nel corridoio dove erano sparpagliate le stanze, lanciò un “Buongiorno!” allegro e sonoro che, però, non venne accolto perché il silenzio che aleggiava nell’ambiente suggeriva che fosse ancora addormentato.

Raggiunse l’ufficio, dove si apprestò ad aprire le imposte e a posare la borsa sulla scrivania. Accese il PC e nell’attesa che apparisse la schermata fu attratta da un bisbiglio proveniente dalla sala da pranzo. Quando la raggiunse trovò Ami seduto al tavolo, con davanti libri e quaderni aperti.

«Ehi, Ami, non mi hai sentita quando sono entrata?»

«Scusa.» Guardò l’orologio da parete. «Ma non è presto per il turno?»

«Non ti avevo detto che la mattina di un esame è meglio non toccare un libro?» Eliana gli sedette accanto, spostando il materiale. «Tranquillo, io ci penso ai miei orari.»

Ami sorrise e appigliò lo sguardo a quello di lei.

Eliana non glielo disse, non voleva farlo sentire in dovere di ringraziarla; era venuta prima perché consapevole dello stato in ansia del ragazzo, e voleva rassicurarlo. Lei era lì perché lo voleva, e non perché doveva.

«Quando avevo un esame, non sfioravo neanche una pagina; mangiavo un pezzo di cioccolata prima di entrare in aula e niente più» disse lei con tono dolce.

«Sì, ma se dimentico le cose? Io non parlo bene italiano e se loro non capiscono quello che dico? Come farò? E se…»

«Shhh, va tutto bene. L’italiano lo parli benissimo. È normale che tu sia ansioso e so anche che per te è importante riuscire a superare l’esame, ma ti sei impegnato così tanto e non puoi permettere alla paura di prendere il controllo. È giusto averne, ma bisogna affrontarla.»

Eliana non poteva abbracciarlo, ma lo desiderava tanto. Restava fedele all’etica professionale e anche se, all’inizio della carriera, le avevano raccomandato di non farsi coinvolgere emotivamente, lei non ce l’aveva fatta. Quei ragazzi con cui trascorreva le giornate non erano lavoro, non erano solo questioni burocratiche o un numero al telegiornale; per lei erano figli, figli a cui amava donare amore e rispetto e, quando ce n’era bisogno, autorità.

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Erano una famiglia, nonostante non ci fosse nessun legame di sangue, nonostante gli screzi, nonostante il passato, nonostante ogni cosa.Ami chinò il capo, come se quelle parole di conforto non gli fossero bastate. Almeno a Eliana parve così, e la sensazione di non riuscire a fare abbastanza per i suoi ragazzi prese ad arrampicarsi su per lo stomaco; ma sapeva anche che non le era permesso fare di più di ciò che faceva già.
«Dai, vai a prepararti che t’accompagno a scuola.»

Quando Eliana rientrò in struttura, il resto dei ragazzi era sveglio e intento a organizzare la nuova giornata in arrivo.

«Buongiorno, ragazzi!»

Un coro di voci sottili fu la risposta.

«Eliana?» Carama le si avvicinò.

«Dimmi» rispose lei, mentre si dirigeva in cucina, seguita dal ragazzo. «Oggi è il tuo turno di fare la lavatrice.» Gli ricordò.

Carama annuì, poi disse: «Dopo mi aiuti con il volo?»

«Con il volo? Che significa?»

Il ragazzo si grattò il capo e sospirò.

«Aaaah, intendi i biglietti aerei?» Eliana sorrise, trascinandosi Carama. «Ma certo che t’aiuto. Ho solo un dubbio, però.»

«Quale?» Carama mostrò segni di inquietudine.

Eliana piegò le labbra in una linea sottile, inclinò il capo e aprì le braccia a mò di rassegnazione: «Il Covid.»

Carama prese a camminare, con la testa bassa.

«Mi informerò e vediamo cosa possiamo fare. Se puoi partire in sicurezza e non cancellano nemmeno il viaggio di ritorno, li prenotiamo stasera stessa i biglietti, va bene?» gli gridò dietro.

Un mugolio diventò assenso.

Eliana rimase immobile a osservare le spalle del ragazzo allontanarsi, pensando a una soluzione alternativa; il COVID non lasciava scampo e l’intera umanità era diventata impotente.

Lei sapeva che per Carama tornare, anche se solo per un mese, significava ottenere una piccola vittoria. Era riuscito a conservarsi una bella somma per acquistare i biglietti grazie al tirocinio offertogli, di tanto in tanto mandava qualcosa alla famiglia e soprattutto sarebbe andato da lei viaggiando in modo diverso. Niente barconi zeppi di corpi sudati e tremanti, niente acque gelide o animate; avrebbe avuto del cibo, una poltrona su cui dormire e avrebbe viaggiato insieme alla dignità. E quando avrebbe abbracciato di nuovo, dopo anni, i suoi genitori, i suoi fratelli, avrebbe potuto dimostrare che esistevano le seconde possibilità di vita e che, comunque, nonostante tutto, un futuro ci sarebbe potuto essere per lui, e per quelli come lui.

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In macchina, Eliana cercava un punto d’incontro con il silenzio, strano, di Malik che, seduto al lato passeggero, si limitava a guardare dal finestrino la città che sfilava sotto un cielo ancora gocciolante.

Lo sfregamento del tergicristallo perforava prepotente l’udito di Eliana, la quale cercava di concentrarsi sulla strada e di non far caso al mutismo preoccupante del ragazzo.

Non ci riuscì.

Fermi al semaforo, lei si schiarì la gola: «Come va?»

Silenzio.

«Successo qualcosa?»

Nessuna risposta ancora.

«Problemi con qualcuno?»

Malik sbuffò, mentre Eliana riprese a partire allo scattare del verde.

Quando arrivarono al cancello del campetto di calcio, Malik, afferrò dal sedile posteriore il borsone e fece per scendere ma la voce di Eliana lo bloccò: «Mi dici che hai? Lo possiamo risolvere se…»

Malik alzò le spalle e il clangore dello sportello le suggerì la fine della discussione, o meglio, delle sue domande.

Durante il tragitto di ritorno Eliana tentò di fare mente locale per trovare un motivo che potesse essere la causa del male di Malik. Di per sé, era già un ragazzo timido e riservato, ma avevano un buon rapporto e non era mai capitata una chiusura del genere, soprattutto con lei.

La suoneria del cellulare irruppe improvvisa; accostò e rispose. Attese qualche istante ascoltando la persona dall’altro lato dell’apparecchio, prima di dire sì, attaccare e ripartire.

 

Giunta in struttura chiese ai ragazzi di raggiungerla nel salone.

«Ascoltatemi, per favore» cominciò, «sta arrivando Abdul da Casa Nostra. Ha compiuto diciotto anni il mese scorso, e ora starà da noi» continuò gettando lo sguardo su ognuna di quelle teste raccolte sui divani.

Eliana prese una pausa, poi iniziò di nuovo: «Avevo pensato di preparare un bel pranzo. Che ne dite?»

Qualche risata e battute di sfottò riempì l’ambiente.

Eliana sorrise, pensando che il pranzo non sarebbe stato solo per il nuovo arrivato, ma anche per Malik che aveva bisogno di lei e di ricordarsi quanto fosse bello stare in famiglia.

I suoi ragazzi le avevano insegnato alcuni piatti tipici della loro cultura e capitava molto spesso che lei li ripresentava a casa, dove suo marito all’inizio li aveva osservati con sospetto, ma poi si era lasciato convincere e coinvolgere dal buon sapore, nonostante gli odori forti.

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Il brusio in sottofondo, insieme alle stoviglie che cozzavano fecero sorridere Eliana. Osservava i suoi ragazzi con un luccichio di commozione negli occhi: apparecchiavano, sciacquavano piatti e ciotole, afferravano spezie, si prendevano in giro, si impegnavano.
La cucina li univa; Eliana questo lo sapeva e quando capitavano momenti così, per lei erano sempre motivo di apprendimento in cui emergeva la vera essenza di quei ragazzi, smaniosi di ricordare la propria terra, di spezzare la distanza geografica e di soffocare la malinconia verso la propria famiglia con odori e sapori e colori.
Eliana desiderava prestare i suoi occhi al mondo per far vedere che chi si trovava davanti erano persone, e non numeri; amavano e soffrivano come chiunque altri, il colore della pelle non avrebbe dovuto essere un ostacolo, l’origine nemmeno, ma un motivo in più di conoscenza.

 

Eliana Cannavò è Educatore professionale e responsabile presso Oltremare, struttura di accoglienza per stranieri neomaggiorenni.

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